Matteo Bartolotti è un cantautore e chitarrista che vede la propria formazione artistica, indipendente e da autodidatta, nascere dal rock, cantautorato italiano e sonorità country. Fondamentale nel suo percorso è stato l’incontro con Ivan Graziani, che è stato “la chiave per aprire un forziere che avevo dentro che aspettava solo di essere aperto. È stato sia la chiave del forziere, sia la mappa per arrivarci”.
La musica di Graziani era già parte della famiglia, perché la mamma di Bartolotti era una grandissima fan del cantautore abruzzese. “Vederlo in concerto dal vivo mi ha letteralmente sconvolto. Avevo undici anni e da quel momento preciso ho capito cosa avrei voluto fare nella mia vita”, afferma Bartolotti, che inizia successivamente a studiare a fondo quello che sarebbe stato il suo mentore artistico.
“Prendere la chitarra e starci sopra fino alla morte è stata la scelta più naturale del mondo”, racconta. Ancora oggi, a distanza di quarant’anni, la musica di Graziani rappresenta per l’artista un “serbatoio di idee, di emozioni e di ispirazione inesauribile” perché, come afferma lo stesso Bartolotti,“Ivan ti entra dentro è finita”.
Il percorso musicale di Bartolotti è stato segnato da tre figure centrali: Ivan Graziani, Franco Zannoni e Raffaele Montanari. Tre persone che hanno segnato la sua carriera artistica sotto tre punti di vista estremamente differenti.
Se Graziani ha rappresentato l’inizio di tutto, Franco Zannoni, invece, è stato colui che ha insegnato a Matteo il mestiere. Zannoni gli ha permesso di confrontarsi con il pubblico, con la paura, con la voce e con tutte quelle dinamiche appartenenti alla dimensione professionale del mondo della musica, portandolo ad esibirsi nei pianobar della Romagna. Bartolotti ha, inoltre, acquisito la capacità di dare una forma e una struttura alle sue idee, in tempi in cui i demo si presentavano registrati sulle cassette, voce e chitarra.
Poi arriva il capitolo riguardante Raffaele Montanari, che ha rappresentato una svolta professionale. La fiducia che Raffaele ha riposto in lui, li ha portati a stipulare un contratto con l’etichetta discografica PMS Studio di Montanari. Oggi ricorrono vent’anni da quella storica firma. Un forte legame fatto di amicizia, discussioni e risate, che Bartolotti descrive con particolare affetto: “Ci sono stati anche sca**i feroci, risolti sempre con un abbraccio, ma anche il periodo in cui ci siamo fatti le più grandi risate della nostra vita”.
La dimensione narrativa all’interno dei brani è molto presente della sua produzione. Questa è una delle caratteristiche fondanti assorbite da Ivan: la canzone non si discosta da un racconto, un film o un fumetto, e la ricerca di mettere in musica la realtà “che quasi sempre è più fantastica della fantasia stessa”.
Di questo filone, sono degni di nota: La prima paura, Maledetto treno e Il dolore e la vergogna (dall’album Anestesia totale).
Tra le sue composizioni, c’è una storia ancora da raccontare al pubblico.
Si tratta de Il prete e il lupo, definito dallo stesso Bartolotti il suo miglior brano narrativo, ma ancora rimasto inedito. Un brano che potrebbe essere ripreso in considerazione per il futuro e, curiosamente, il brano del suo repertorio preferito da Franco Zannoni, che ancora oggi gli domanda la data di pubblicazione.
Con Difesa Hemingway inizia a seguire più da vicino anche la parte degli arrangiamenti e della produzione, fino ad arrivare a Anestesia totale, in cui prende completamente le redini del lavoro.
Per Bartolotti questa evoluzione era inevitabile perché per un musicista, l’aspetto strumentale e degli arrangiamenti, è importante tanto, se non più, delle parole e della melodia di una canzone: “Ho tanti amici e colleghi cantautori ai quali dell’aspetto musicale importa poco o nulla, io invece ho sempre sentito il bisogno di esprimermi anche e soprattutto musicalmente, ed affidare gli arrangiamenti ad altri (per quanto belli e perfetti) per me era motivo di sofferenza”.
Per quanto concerne, invece, la musica contemporanea, il suo parere è decisamente critico. Pur riconoscendo che ogni generazione deve essere in rottura con quella precedente e che l’evoluzione passi anche per la rottura delle convenzioni, l’artista ritiene fondamentale la preparazione artistica e l’approfondimento, che non deve essere necessariamente accademico, ma “lo studio è anche e soprattutto applicazione, lacrime e sudore, ascolti su ascolti, prove su prove calli e sangue sulle dita”.
In vent’anni di carriera, il suo approccio è rimasto fedele a se stesso: crescere e migliorare senza perdere il proprio modo di vedere la musica. Oggi, afferma che non sente più la necessità di dimostrare qualcosa a qualcuno. Scrive e compone solo quando ne sente la necessità e per chi è disposto ad ascoltare qualcosa di diverso da ciò che si sente solitamente in radio.
Proprio da questo equilibrio ritrovato, Matteo Bartolotti fa ritorno sulla scena musicale. Dopo Quadri nella mente dichiara il suo ritiro ufficiale dalle scene. Non si è trattata di una strategia comunicativa per trarre in inganno il pubblico né di una boutade per attirare l’attenzione, ma semplicemente il risultato di anni di fatica, stanchezza e delusioni per obiettivi personali che ritiene di non aver soddisfatto.
“Purtroppo o per fortuna vivo di arte e di musica, non riesco a starne senza, è la parte credo più bella che ho dentro, un dono che mi è stato fatto e che trovo criminale sprecare e gettare via”, spiega.
Il suo nuovo equilibrio consiste nella riassegnazione delle priorità, escludendo dai propri piani attività futili, che toglievano tempo e forza a cose importanti, come la musica. Decide di ricostruire un home studio, in modo da poter registrare professionalmente senza doversi spostare.
Nasce, inoltre, un grande progetto, di cui Datemi qualcosa per dormire è solamente la prima anticipazione. Un ritorno che sembra anticipare l’inizio di un nuovo capitolo, di una nuova fase: più libera e consapevole, ma sempre fedele alle emozioni e ai valori che hanno accompagnato Matteo fino a oggi.
